Miseria
Capitolo 4
«Valparaìso è molto pittoresca, sorge dalla spiaggia che si affaccia sulla baia, e crescendo si è abbarbicata ai monti che muoiono nel mare. […] Con pazienza di chirurghi curiosiamo tra le scalinate sudice e negli anfratti, parliamo con i mendicanti che abbondano; auscultiamo il fondo della città, i miasmi che ci attraggono . Le nostre narici captano la miseria con sadico fervore.»
Cile, 1952
L’emergenza sociale
La sua condizione di medico e il suo spirito umanista lo portano a prendere coscienza, tramite il contatto con la miseria e con le masse di emarginati che incontra per tutto il Paese, della questione sociale come problema cardinale dell’America Latina.
Studioso di allergologia e leprologia, Ernesto visita lebbrosari che sono spesso veri e propri “lazzaretti”, dove l’isolamento per evitare il contagio è più importante della cura e del benessere dei malati; e si trova spesso a dover constatare quanto la salute di tante persone, negli strati più poveri della popolazione, sia minata da una vita di fatica condotta nella più grave indigenza. Ciò che vede e conosce lo cambia in profondità.
Il viaggio di avventura e conoscenza si trasforma in un momento di formazione importantissimo, base per ulteriori e futuri cambiamenti.
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Le immagini proposte nel percorso che segue suggeriscono quali ambienti, situazioni e paesaggi caratterizzavano l’America Latina ai tempi del viaggio di Ernesto “Che” Guevara (il cui percorso è illustrato da una cartina).
Provenienti per lo più dall’Archivo EFE e dal patrimonio della Fondazione, queste foto rappresentano dei preziosi documenti per comprendere l’evoluzione politica e ideologica del rivoluzionario argentino.
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Cominciamo dal nostro specifico di medici: il panorama generale della sanità cilena lascia molto a desiderare (dopo avrei scoperto che era di gran lunga superiore a quello degli altri paesi conosciuti in seguito). Gli ospedali gratuiti scarseggiano e c’è sempre un cartello che dice: «Perché si lamenta del servizio se lei non contribuisce al sostentamento di questo ospedale?» […] Gli ospedali sono poveri, generalmente carenti di medicinali e sale operatorie adeguate. Abbiamo visto sale mal illuminate e addirittura sporche, e non in piccoli villaggi, ma nella stessa Valparaiso. Le attrezzature sono insufficienti. I bagni molto sporchi. La coscienza sanitaria della nazione è scarsa.
Cile, 1952
[…] Andai a trovare una vecchia asmatica. […] La poveretta faceva pena, nella sua stanza si respirava quell’odore acre di sudore rappreso e piedi sporchi, mescolato alla polvere di certe poltrone che erano l’unico arredamento della casa.
Allo stato asmatico si aggiungeva un lieve scompenso cardiaco. Questo è uno di quei casi in cui il medico, cosciente della propria assoluta impotenza di fronte alla situazione, sente il desiderio di un cambiamento radicale, qualcosa che sopprima l’ingiustizia che ha imposto alla povera vecchia di fare la serva fino al mese prima per guadagnarsi da vivere, affannandosi e soffrendo, ma tenendo fronte alla vita con fierezza. […]
Lì, in quegli ultimi istanti per gente il cui orizzonte più lontano è sempre stato arrivare a domani, è dove si coglie la profonda tragedia che condensa la vita del proletariato di tutto il mondo. […] Fino a quando continuerà questo ordine delle cose basato su un’assurda suddivisione in caste, è qualcosa cui non sta a me rispondere, però è ora che i governanti dedichino meno tempo alla propaganda di qualità del loro regime e più denaro, moltissimo denaro in più, per la realizzazione di opere di utilità sociale.
Cile, 1952
L’assistenza sociale del popolo cileno è a livelli più bassi di quella argentina. Oltre ai magri salari che si pagano nel sud, c’è scarsità di lavoro e ben poche garanzie offerte dalle autorità al lavoratore (anche se di gran lunga superiori a quelle offerte nel nord del Sudamerica), e questo provoca vere ondate di migrazione cilena verso l’Argentina […].
Al nord l’operaio è meglio pagato nelle miniere di rame, salnitro, zolfo, oro, ecc., ma la vita è molto più cara, in generale c’è scarsezza di generi di prima necessità e le condizioni climatiche sono avverse. Ricordo il suggestivo scrollare di spalle con cui un capo della miniera di Chuquicamata rispose alle mie domande sull’indennizzo pagato alle famiglie dei diecimila e più minatori sepolti nel cimitero locale.
Cile, 1952
Kit didattico: Città vivibile, città del futuro
Economia fondamentale: superare lo squilibrio fra opulenza privata e miseria pubblica
Kit didattico: Città vivibile, città del futuro

È ormai noto che la maggior parte della popolazione vive in agglomerati urbani e che entro la metà di questo secolo questa quota arriverà a oltre due terzi. La popolazione urbana è infatti in crescita costante: ogni anno aumenta di circa 60 milioni di persone.
Sebbene le città siano luogo di vita per un numero così elevato di persone, la rappresentazione delle stesse rimane indefinita. Da una parte c’è chi vede la città come un luogo di opportunità, di incontro, di diversità e di confronto, dall’altra chi la rappresenta come luogo di disuguaglianze e individualismo, di insicurezza e di inquinamento. Andando al di là delle differenti immagini che più che essere opposti di un continuum identificano aspetti che coesistono nella città contemporanea, il kit “Città vivibile, città del futuro” offre uno sguardo sulle evoluzioni dei contesti urbani. E, attraverso l’analisi del caso di Portland (Oregon), aiuta gli studenti a mettere a fuoco i fattori di vivibilità di una città quali la mobilità sostenibile, la produzione locale di cibo, l’energia rinnovabili e energia pulita, e la vitalità dei quartieri.
Economia fondamentale: superare lo squilibrio fra opulenza privata e miseria pubblica

Qui di seguito riportiamo un estratto del libro Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana scritto dal Collettivo per l’economia fondamentale. Si ringraziano gli autori e l’editore Einaudi per la gentile concessione.
Il libro sviluppa l’idea – decisamente trascurata negli approcci consolidati all’economia, alla società e alla politica — che il benessere dei cittadini d’Europa dipenda non tanto dai consumi individuali, quanto dal consumo sociale di beni e servizi essenziali, ovvero dallo stato di salute di quella che chiamiamo economia fondamentale: l’acqua, i servizi bancari di prossimità, le scuole o gli istituti di cura, e via dicendo.
Mentre i consumi individuali dipendono dal reddito di ciascuno, l’economia fondamentale è una questione strettamente politica, perché dipende dall’esistenza (e dalla qualità) di infrastrutture e di sistemi di distribuzione: apparati che non si creano e non si rinnovano in maniera automatica, neppure quando il reddito aumenta, e che in molti casi neanche i più ricchi possono procurarsi individualmente. Ecco, dunque, perché il ruolo primario e distintivo delle politiche pubbliche dev’essere quello di assicurare la disponibilità di servizi di base per tutti i cittadini.
Se lo scopo è il benessere dei cittadini – la prosperità di molti e non di pochi – allora le politiche europee, a livello regionale, nazionale e comunitario, devono essere riorientate sul consumo di beni e servizi fondamentali e su garanzie universali di accesso e di qualità. Da cinquant’anni si discute se lo Stato debba continuare a essere il protagonista di questo spazio economico.
Si tratta di un dibattito importante, perché, come mostreremo, la privatizzazione e l’esternalizzazione (outsourcing) dei servizi fondamentali sono pratiche dannose. Ma c’è anche un’altra questione, spesso trascurata, alla quale bisogna prestare attenzione: il benessere delle persone non dipende soltanto dal reddito individuale e non può essere garantito semplicemente perseguendo una crescita dei redditi, perché neanche il più alto reddito individuale può assicurare l’accesso a beni e servizi fondamentali che non siano fruibili collettivamente.
Le prime generazioni di socialisti e collettivisti liberali l’avevano compreso molto chiaramente. Secondo Richard H. Tawney, l’acqua corrente e i servizi igienici avevano trasformato le grandi città, dimostrando che la società soddisfaceva «bisogni ai quali nessun individuo comune, persino se lavora tutta la sua vita, può provvedere da solo».
Nel 1958 John Kenneth Galbraith ripropose il problema in termini di equilibrio sociale: negli Stati Uniti, mentre i redditi individuali crescevano, le scuole e i trasporti pubblici andavano peggiorando e aumentava l’inquinamento; a fronte della crescente opulenza di pochi, dilagava la povertà pubblica. Concentrarsi sulla produzione di beni essenziali — avvertiva Galbraith — avrebbe anche aumentato la stabilità del sistema economico, perché – a differenza dei beni di consumo privato — beni di pubblico accesso come le scuole, gli ospedali e le biblioteche sono meno soggetti «ai capricci del processo di creazione dei bisogni e dei relativi debiti».
Negli ultimi cinquant’anni, i Paesi ad alto reddito non hanno fatto altro che accrescere lo squilibrio fra opulenza privata e miseria pubblica, promuovendo un’idea angusta di politica economica, nella quale le priorità vengono poste dall’alto. La politica pubblica è elaborata da élite tecniche e politiche, talora sotto forma di accordi che, all’apparenza, enfatizzano la scelta e la responsabilità individuale. I cittadini, in realtà, si limitano a subire. Sin dalla Seconda guerra mondiale, attraverso la politica fiscale e monetaria, «l’economia» è stata gestita in vista della crescita del prodotto interno lordo, e il benessere è stato perseguito principalmente attraverso il consumo individuale, basato sulle retribuzioni.
Dai tardi anni Settanta, si è aggiunta la propensione a privilegiare la concorrenza e i mercati, tramite riforme strutturali che hanno reso i mercati del lavoro più flessibili e hanno introdotto privatizzazioni e outsourcing di ampia scala. I servizi fondamentali e le relative infrastrutture sono rimasti in secondo piano. Si è predicata l’idea che il supporto al reddito debba essere minimo, per non disincentivare al lavoro; che l’istruzione debba creare competenze professionali immediatamente spendibili; che i servizi sanitari debbano essere finanziati
attraverso le tasse sui redditi (invocando però il taglio delle aliquote fiscali) oppure resi accessibili soltanto a pagamento.
A partire dagli anni Ottanta, le politiche pubbliche hanno perseguito l’ideale di un’economia di mercato per il XXI secolo e, nei suoi primi decenni, hanno finito per ricreare un capitalismo predatorio in cui i livelli di disuguaglianza dei redditi e dei patrimoni ricordano quelli del XIX secolo. La stagnazione dei redditi in tutta Europa ha incrinato persino il consolidato vantaggio elettorale dei partiti centristi di governo. Quest’esito economico è stato esaminato in profondità da Thomas Piketty nel libro Il capitale nel XXI secolo.
Tuttavia, la diagnosi di Piketty è molto più pregnante del rimedio suggerito — redistribuire tramite un’imposta globale sulla ricchezza — che egli stesso riconosce essere «utopistico». Qui cerchiamo di evitare prese di posizione prettamente utopistiche, riprendendo e aggiornando alcuni ragionamenti «tradizionali» sui servizi fondamentali. […] Malgrado il deprimente scenario europeo, il nostro obiettivo è mostrare che il cambiamento è praticabile, a cominciare appunto dall’economia fondamentale.












